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PICCOLI BULLI CRESCONO
di M. Giusy Rosamondo
BULLISMO. Una parola che impazza tra i fatti di cronaca degli ultimi tempi e come un'ombra nera, incombe negli ambienti giovanili.
Nel novembre 2006 la Società Italiana di Pediatria ha condotto un'indagine sulle abitudini e sugli stili di vita degli adolescenti, denunciando un aumento del fenomeno bullismo di circa il 5% rispetto all’anno precedente. Quasi otto ragazzi su dieci, in età scolastica, hanno conosciuto da vicino atti di bullismo, o perché ne sono stati vittima, o perché lo hanno subito i loro amici. E se in teoria il 75% dei giovani dichiara che è giusto che la vittima di questi maltrattamenti cerchi aiuto in un genitore o comunque in una persona adulta, all'atto pratico il 53% afferma che se accadesse a lui, si difenderebbe da solo.
Dati di un fenomeno emergente che mette in allarme la scuola, la famiglia e la società.
I media, sempre alla ricerca dello scoop, sembrano sguazzare in queste storie torbide, con il pretesto sociale dell'informazione. Casi di ragazzi che adultizzati, forse troppo presto, “giocano” a fare i bulli, svincolandosi rabbiosamente da quell'immagine stereotipata che li ha relegati ad angioletti del focolare domestico.
Nonostante la cultura imperante della notizia, che assurge a verità assoluta, diventa difficile credere che quei “nostri ragazzi” siano capaci di simili gesti.
Volendo andare più in profondità a considerare lo sfondo culturale in cui questi fenomeni si inseriscono, notiamo che possiamo suddividere equamente le “colpe” tra chi sostiene questo sistema. Potremmo parlare di una non meglio precisata società che alimenta e perpetua questo stato di cose, intrinsecamante portata ad una autoreferenzialità aggressiva che si crogiola in se stessa. Oppure cercare di capire veramente il sostrato da cui si dipana.
Ma andiamo per ordine. Definiamo questa bestia nera. Il bullismo è un fenomeno sociale in cui uno o più soggetti perseguitano sistematicamente e con intenzionalità un ragazzo più debole, che diviene vittima di forme di prevaricazione che si traducono in minacce, percosse, piccole estorsioni.
E’ un’autentica forma di oppressione, in cui un bambino o un’adolescente sperimenta, ad opera di un compagno prevaricatore, una condizione di profonda sofferenza, grave svalutazione della propria identità, crudele emarginazione dal gruppo. Si tratta di una situazione che rimane per lo più al di fuori del controllo degli adulti, che generalmente la ignorano o la sottovalutano perché abbagliati dallo stereotipo dell’”Età dell’innocenza” ed impreparati a riconoscere manifestazioni così spietate di oppressione e persecuzione fra i ragazzi.
Le vittime dei bulli, profondamente oltraggiati, sperimentano una consistente perdita di sicurezza, fino a giungere ad un repentino calo dell’autostima, tanto da rimproverarsi di "attirare" le prepotenze dei loro compagni, decisamente molto lontani da una visione oggettiva della realtà. Questo disagio va ad influire sulla loro concentrazione ed apprendimento: sono frequenti sintomi da stress, mal di stomaco, mal di testa, incubi o attacchi d'ansia. Si possono sottrarre al ruolo di vittima designata dei bulli, marinando la scuola o sviluppando il timore di lasciare la sicurezza della propria casa. Le conseguenze sono spesso gravi, fino a provocare strascichi anche in età di molto successive a quelle del sopruso.
Allora cosa fare per arginare l'emergenza?
Sicuramente aumentarne la conoscenza e l'informazione per non farci cogliere impreparati. Un primo step dovuto.
Entrando nel vivo del problema, si dovrebbe avere la capacità di individuarne la presenza fin dallo stadio iniziale grazie a capacità di osservazione e ascolto mirato, avendo a disposizione strumenti adeguati per contrastare gli elementi di rischio, al fine di promuovere un clima comunicativo centrato sulla consapevolezza di “agire e non reagire”.
Facile a dirsi, ma la realizzazione sembra più ostica.
Partiamo da un contesto, in primis, la Scuola. Luogo principe in cui prende le mosse il piccolo bullo e in cui si può pensare ad un possibile intervento - e siamo al successivo step. Prende piede e si manifesta, per trovarne il suo habitat naturale.
Lontano dalla famiglia, pronti a muovere i primi passi nel mondo, per costruire quell'identità che ci si porta dietro per tutta la vita, è più facile sperimentarsi diversamente dalla aspettative genitoriali.
Non è il caso di entrare nel merito delle “colpe”, se di colpe si può parlare. Ma se un'analisi dobbiamo fare, non possiamo prescindere dalla situazione familiare che sottende il problema. I ritmi frenetici di vita, lo stravolgimento dei modelli e dei ruoli familiari, non hanno fatto altro che destabilizzare la famiglia. A pagarne le conseguenze, come al solito, sono i più deboli, i figli, portatori di un disagio che non si può circoscrivere al singolo, ma che interessa l'intero nucleo familiare, e che da lì, si estende in contesti sempre più ampi.
La scuola è il primo indicatore di questo disagio, spesso negato dai genitori, che si rifiutano di mettersi in discussione insieme ai loro figli.
Si dovrebbe cercare di arrivare ad una cultura – forse utopistica - di reale cooperazione, in cui la famiglia si possa sentire appoggiata dalle istutuzioni, e in queste, trovare un sostegno e un possibile intervento, tenendo sempre presente l'obiettivo ultimo, che rimane, sempre e comunque, il benessere del singolo e della comunità, per una migliore qualità della vita.
Vittime ed oppressori sembrano pervase da una rabbia strisciante e da una forte tensione relazionale che impedisce ogni forma di comunicazione produttiva.
Proporre l’utilizzo di buone prassi, promosse dalla collaborazione tra i vari stakeholders, aumentando il senso di autoefficacia percepita.
Rompere questo circolo vizioso spetta a noi |
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